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Viva l’ignoranza! esclamò Felice Sciosciammocca

L’immagine, tratta da ‘Miseria e nobiltà’, ritrae Felice Sciosciammocca (Totò) intento a scrivere sotto dettatura per strada. Ecco un’altra figura di lavoratore cancellata dai grandi mutamenti sociali dell’ultimo dopoguerra. Uno di questi mutamenti in Italia fu l’imponente campagna di alfabetizzazione avviata con l’avvento della tv. Chi non ricorda ‘Non è mai troppo tardi’, la fortunata trasmissione condotta dal maestro Alberto Manzi? Quella trasmissione contribuì pesantemente alla scomparsa della figura di cui prima. Gli scrivani, detti pure scritturali, quando non esercitavano la loro ‘arte’ al Tribunale, al Comune o in altra pubblica amministrazione, lavoravano per strada, campavano alla giornata. Era a loro che la gente ‘senza scuole’ si rivolgeva per mandare due righe ai cari lontani. Scrivani e scritturali abbondavano nelle grandi città. Ce n’erano ovviamente anche a Bari. Il più famoso lavorava sotto il colonnato del Piccinni, si chiamava Gismondo. Di lui ci ha lasciato un sapido ritratto Mario Piergiovanni (poliedrico artista nostrano spentosi di recente) in ‘Bari, pane e cerase’, il suo testo più fortunato e alcuni anni fa dato alle stampe da Terrae. Gismondo era chiamato ‘il francese’ ”per via di una erre moscia che gli storpiava tutte le parole”. Alto, secco ed elegante – almeno in gioventù – lo scritturale prendeva servizio al mattino, sul tardi. Spuntava da dietro il chiosco dell’acqua del Serino portandosi dietro un tavolinetto, uno sgabello ed una scatola di cartone legata con lo spago. In quella scatola conservava i ferri del mestiere : asticciole, pennini, inchiostro, gomma arabica, buste, carta. Il posto suo era vicino ad una nicchia, al riparo dal vento. In una crepa del muro aveva piantato un chiodo dove appendeva il cappello che col tempo aveva lasciato l’impronta di unto “come se fosse stata dipinta apposta da un pennello bagnato nell’olio sfritto”. Era un uomo “intelligente come pochi. Appena ti guardava aveva già capito chi fossi…”. Con Gismondo non c’era bisogno di dettare. Bastava enunciargli l’oggetto della lettera e lui andava in automatico. Che una donna volesse comunicare la nascita di un nuovo figlio al marito partito per l’America o che un soldato fosse nella necessità di annunciare a casa che a Bari aveva trovato la sua futura sposa, per Gesmundo non faceva differenza. Con l’esperienza aveva formulato un ‘campionario’ di schemi così articolato che all’occorrenza doveva solo modificare pochi dettagli per far contento il cliente; “chi può dire quante storie aveva sentito, quanti segreti aveva mantenuto, quante lettere aveva scritto”. Esercitò quel mestiere per più di trent’anni. “Quando la mano cominciò a tremare, Gismondo si arrese… Il mestiere non lo lasciò a nessuno, primo perché non aveva nessuno al mondo e poi perché i clienti erano quasi spariti”. Quando abbandonò il colonnato del Piccinni per l’ultima volta, rimase il chiodo nella crepa e l’impronta del cappello. Poi fu data una rinfrescata a quei muri e il chiodo fu tirato via, l’unto cancellato dal pennello. “E così passò pure Gismondo il francese’.

Italo Interesse

 

 

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