Cultura e Spettacoli

Vlora, il dolce e l’amaro

Ignoriamo la storia della marina albanese, civile o militare, tuttavia riteniamo di non andare lontano dal vero affermando che per il paese delle aquile non è esistita unità più famosa del Vlora. Non parliamo di un gigante del mare, una super petroliera, un transatlantico o una portaerei, bensì di un anonimo mercantile che fino alla mattina del 6 agosto 1991 faceva la spola fra Durazzo e l’Avana per rifornire di zucchero l’Albania. Un cargo di medio tonnellaggio, neanche troppo antiquato e malridotto secondo lo stereotipo della carretta del mare. Non fosse stato ciò che fu (l’arrivo di quei ventimila a Bari e il conseguente, rovente  strascico di polemiche per uno stadio voltato in lager e Istituzioni latitanti, fughe e rimpatri), nessuno conserverebbe più memoria di una unità che non conobbe la gloria dell’Andrea Doria o della Bismarck. Lungo è l’elenco delle navi che dall’Arca Di Noè al Costa Concordia sono passate alla Storia. All’interno di questo nutrito elenco, un posto al Vlora non può più toglierlo nessuno. Perché, come ebbe a scrivere Lino Patruno, il Vlora “non era una nave qualsiasi. Era la zattera sulla quale il mondo aveva catturato tutta la sua sofferenza e la sua speranza, il suo dolore e le sue promesse, i suoi peccati e la sua salvezza. Quei ventimila albanesi… non venivano solo dall’Albania, venivano da tutti i solchi di terra sui quali il carro della storia era passato trionfante, lasciando scie di sangue e di sudore, una sorta di Guernica vivente che in un mattino troppo bello per morire si riversò su una banchina bollente di sole e gonfia di sale”. Il Vlora, dunque, è divenuto qualcosa di più del nome di una nave da carico, è un topos del cuore, della memoria, della coscienza globale. Detto questo, ora chiediamoci, che fine ha fatto il Vlora?… Il Titanic sono andati a scovarlo in fondo agli abissi, così come hanno fatto pure con la Roma, la sfortunata nave da battaglia della Regia Marina affondata all’indomani dell’Armistizio. E centinaia di relitti identificati a profondità anche abissali continuano a restare qualcosa di più di un nome di battesimo dipinto su pareti di metallo e legato a un pezzo di Storia. Ma il Vlora no, all’indomani del clamoroso sbarco, questa nave smette di fare notizia e non se ne parla più, scompare. Che fine fece il Vlora? In assenza di notizie in merito possiamo ragionevolmente ipotizzare la sua sollecita demolizione avvenuta nel più vicino cantiere dell’Adriatico. Diversamente, ovvero se il Vlora fosse rimasto in condizioni di navigare, ogni suo viaggio avrebbe fatto epoca. Invece, niente, questa nave scompare. Per capire la necessità della demolizione va considerato che, come ebbe a ricordare in conferenza stampa Halim Milaqi, il comandante della nave, il mercantile era fermo in porto a Durazzo con il motore centrale fuori uso (come poi abbia fatto in quelle condizioni ad attraversare l’Atlantico resta un mistero) ; per questo motivo inizialmente Milaqi si era rifiutato di partire, ma poi minacciato… Con i soli motori ausiliari e gravata del peso di ventimila persone, una nave sfiatata affrontò l’Adriatico, diretta verso le nostre coste. Durante la navigazione, i ‘passeggeri’ disidratati arrivarono a tagliare i tubi di raffreddamento per ricavare un po’ d’acqua. Per non fare andare in fusione i motori, Milaqi ricorse all’acqua di mare per raffreddarli. Fu un miracolo l’arrivo del Vlora nel porto di Bari. Chissà se dallo stesso porto ripartì a forza di eliche o a traino. Poi?… Non essendo il caso di trasformarlo in una nave-museo, possiamo immaginare il Vlora prima avviato al disarmo, poi cancellato da un registro navale. E così la parola Vlora (che in albanese vuol dire Valona) rimase a memoria di un evento, scomodo, che molti più in là hanno cercato di rimuovere. Esattamente il contrario di quanto ha fatto Daniele Vicari, regista di “La nave dolce”, film che racconta quella tragica storia e di prossima presentazione a Bari.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 6 Novembre 2012

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