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Woland, la stanchezza del Male

Quando espressione di coraggio, il gesto pesa più del risultato. E’ il caso, questo, di ‘Il Maestro e Margherita’, recente trasposizione teatrale dell’omonimo romanzo di Michail Bulgakov avvenuta ad opera di Teatro Stabile dell’Umbria.  Se portare in scena ciò che non appartiene alla letteratura teatrale è già impresa, ardire in tal senso con uno dei più complessi romanzi del Novecento ha dell’epico. Andrea Baracco, il quale lavora sulla riscrittura di Letizia Lorusso, mette in piedi un allestimento dal fasto cupo e che trova fondamento in un’ambientazione claustrofobica (scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta). Uno spettacolo articolatissimo e spigoloso che nella sua strutturale assenza di luce sembra voler chiudere ogni spiraglio alla speranza. Anche la vittoria di Margherita, che sopravvivendo alla prova del Ballo dei Cento Re nella notte del Venerdì Santo ottiene da Woland di vedere esaudito il suo più profondo desiderio, ovvero ritrovare il Maestro, non si colora di una stilla di gioia. Non poteva essere diversamente in una messinscena tanto tetra e livida, in cui il tocco blasfemo – che mitigato da una leggerezza ironica innerva il capolavoro di Bulgakov – assume consistenza materica. Nel ruolo di Woland, l’atteso Michele Riondino (nell’immagine) non delude le attese offrendo un personaggio che scansa lo stereotipo del Male. Woland non ha ali, non ha corna, coda o zoccoli caprini, non manda odore di zolfo. Si trascina claudicante, sostenuto da un bastone. E’ una creatura stanca, pensierosa, amareggiata, ancora gonfia di rancore ma più per remotissima abitudine che per convinzione. Una creatura che appare invecchiata, compresa del fallimento della propria ‘missione’, vinta non già dalla forza dell’eterno nemico quanto dalla consapevolezza sedimentatasi nel tempo che la Creazione è cosa stupida e che come tale non giustifica alcun agitarsi, nel Bene come nel Male. Questo Woland non sembra destinato a redimersi, a pentirsi, a dissociarsi, a ‘collaborare’. Viene da immaginarlo muto, solo e irriducibile, fiero e quieto, confinato in qualche crepaccio dell’Universo al termine del Giudizio. Intorno a Riondino si muove un cast notevole all’interno del quale spiccano Francesco Bonomo (il Maestro) e Federica Rosellini (Margherita). Musiche originali: Giacomo Vezzani; aiuto regia: Teresa Berardelli. – Prossimo appuntamento per la Stagione Teatrale di Bari: dal 23 al 27 gennaio al Teatro Kismet con ‘La notte poco prima delle foreste’, un lavoro di Bernard-Marie Koitès che qui viene presentato nella riduzione e nell’interpretazione di Pierfrancesco Favino. Dalle note di regia: “L’intelaiatura di quest’opera è un paradigma straordinario, un testo fluentissimo e irto nella sua prosa vertiginosa, aliena da punteggiatura, tutta pervasa da anacoluti e biasimi come un romanzo pamphlet di Célin”.

Italo Interesse

 

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