Cultura e Spettacoli

Wonderful Town, un capolavoro che ancora stupisce per la pluralità delle sue voci

Al Petruzzelli l’Orchestra e il Coro del Teatro, con la direzione di Wayne Marshall

“Ogni grande lavoro artistico riaccende e riadatta il tempo e lo spazio, e la misura del suo successo è l’estensione per la quale si viene portati ad essere abitanti di quel mondo, l’estensione per la quale si viene invitati e si lascia che si respiri la sua strana, speciale aria.” Così il grande maestro Leonard Bernstein descriveva il senso profondo del suo modo di creare, che ha animato molti dei suoi capolavori più amati e osannati dal grande pubblico. Giovedì 15 febbraio al teatro Petruzzelli, l’Orchestra e il Coro del Teatro, sotto la prestigiosa direzione di Wayne Marshall, metteranno in scena il capolavoro di Bernstein Wonderful Town. A cantare la sua versione in forma di concerto cinque noti artisti della scena internazionale: Alysha Umphress (Ruth Sherwood), Lora Lee Gayer (Eileen Sherwood), Ben Davis (Bob Baker), Ian Virgo (Lonegan, 1st Editor, Chick Clark), Simon Bailey (Guide, Wreck, 2nd Editor, Frank). Maestro del Coro Marco Medved.Wonderful Town, noto in tutto il mondo come una delle opere più affascinanti della storia internazionale del musical, è tratto dal romanzo di Joseph Fields e Jerome Chodorov, con la splendida musica di Leonard Bernstein appunto, e i testi di Betty Comden e Adolph Green, basato sulla commedia “My sister Eileen” di Joseph Fields e Jerome Chodorov e I racconti di Ruth McKenny. Lo spettacolo ha debuttato al Winter Garden Theatre di New York a Broadway, nel 1953. A gennaio dello stesso anno un’anteprima aveva avuto luogo a New Haven. Il vero atto di nascita di questa brillante commedia musicale risale però a un tempo più remoto, alla New York degli anni Trenta, ed è circoscritto a una zona specifica della città: il Greenwich Village. Tutto parte infatti da una serie di cronache che una giornalista poco più che ventenne, Ruth McKenney, aveva pubblicato a puntate sul  The New Yorker a partire dal 1936 e poi raccolto in un libro uscito nel 1938, My Sister Eileen. McKenney raccontava di sé e della sorella, del loro arrivo a New York da Columbus, Ohio, dei loro sogni e delle sorprese inattese con cui inevitabilmente avrebbero dovuto fare i conti, dell’adattamento difficile  alla frenesia della metropoli, dei contrattempi, ma anche delle esperienze positive insomma, della loro quotidianità al Greenwich Village, luogo che vedevano come un ponte sospeso fra l’Ohio e Parigi. La fortuna degli articoli fu paragonabile a quella dei più popolari programmi radiofonici di cronaca mondana dell’epoca, ma con il valore aggiunto di trasmettere quel senso di ingenuità provinciale e di stupore per tutto ciò che contraddiceva il senso comune di chi veniva dall’America profonda. Lo sguardo di chi è scaltro ma fondamentalmente innocente, sano, intelligente e pieno di risorse in contrapposizione con il Greenwich Village, considerato un luogo di svitati. L’industria dello spettacolo si lanciò sulle storie delle sorelle McKenney. All’inizio nacque un adattamento teatrale firmato da Joseph Fields e Jerome Chodorov andato in scena a Broadway nel Natale del 1940. Poi un film, nel 1942, con protagonista una star emergente della screwball comedy americana, Rosalind Russell, che interpretò il ruolo di Ruth anche nella versione in radiodramma del 1946. In seguito il musical di Leonard Bernstein con il nuovo titolo Wonderful Town, sempre con Rosalind Russell e con una coppia di autori, Betty Comden e Adolph Green, da tempo molto legati al musicista, con il quale avevano firmato nel 1944 un primo musical ambientato a New York: On the Town. Alla fine degli anni Trenta Bernstein, Comden e Green avevano fatto parte di un gruppo teatrale comico, The Revuers, che si era guadagnato una buona reputazione esibendosi al Village Vanguard, storico club che in Wonderful Town compare con un altro nome: Village Vortex. Betty Comden e Leonard Bernstein avevano condiviso per un anno un appartamento proprio al Greenwich Village e Bernstein, come Ruth ed Eileen McKenney, era arrivato a New York dalla provincia, da Lawrence in Massachusetts, armato di tutto il suo talento e delle sue speranze. Non sorprende perciò che malgrado tempi di lavoro strettissimi, My Sister Eileen riprendesse sentimentalmente molto del suo vissuto e di quello dei suoi amici. Il gruppo dei Revuers era molto affiatato e la scelta del nuovo titolo cadde subito su parole che comparivano nella ottava versione cinematografica di On the Town quasi a completare un atto d’amore verso la città. A partitura ultimata Rosalind Russell chiese di aggiungere una canzone, One Hundred Easy Ways to Lose a Man, per dare risalto al suo carattere e alla sua verve comica. A differenza di quanto aveva fatto nei suoi due musical precedenti, On the Town e Trouble in Tahiti (1952), Bernstein decise di semplificare il linguaggio e ricostruire un’ambientazione sonora anni Trenta, potendo così contare sull’imitazione di modelli consolidati che sarebbero stati familiari per il pubblico. Durante le sedute di scrittura, ha raccontato Betty Comden, Bernstein suonava al pianoforte i pezzi tipici di quell’epoca, fra canzone e jazz, a partire da quelli di Eddy Duchin, improvvisava in tempo di ragtime, si lanciava magari in un foxtrot o faceva il verso alla Rhapsody in Blue di Gershwin. Tutto questo rifluì in una composizione che ha qualcosa del pastiche e dell’invenzione pura, con l’obiettivo di trovare uno stile composito in grado di unire veramente l’alto e il basso della cultura musicale, raccogliendo tutto quello che si era depositato nelle esperienze d’anteguerra. Il suo metodo diventò allora quello della rievocazione storica di quanto era avvenuto nei teatri, nei club e nelle strade di New York in quegli anni magici. Il riferimento alle danze in voga negli anni Trenta è perciò uno degli assi portanti di Wonderful Town. Ci si ritrovano le impronte del blues, lo swing, radici irlandesi (per esempio nella canzone My Darlin’ Eileen), citazioni di Cole Porter, le immagini dell’altrove che si affacciava nella New York di quel periodo a cominciare dalla Conga, la danza afroamericana qui riferita al Brasile ma introdotta negli Stati Uniti verso la fine di quel decennio dalla band dell’esule cubano Desi Arnaz. Lo sfondo di una commedia musicale senza grandi pretese di impegno intellettuale era perfetto per questo tipo di operazione, condotta peraltro pescando a piene mani in musiche che Bernstein aveva già scritto o abbozzato in precedenza: scelta inevitabile visto il poco tempo a disposizione. L’effetto che si viene a creare è quello di un genere di varietà teatrale e musicale che esplora felicemente le diversità invece di eliminarle. Del resto proprio Bernstein lo aveva detto in una puntata della trasmissione televisiva Omnibus registrata nel 1956: “Uno dei grandi segreti della nostra formula magica per la commedia musicale consiste nel prendere il genere del varietà e unificarlo. Bisogna dare al pubblico una storia coerente, convincente, ma anche lasciargli la sensazione di uscire dal teatro avendo vissuto una serata di divertimento a tutto tondo con tante cose differenti, dalla danza alle scene comiche, dalle canzoni più commoventi a quelle più allegre”.

Rossella Cea

 

 


Pubblicato il 14 Febbraio 2024

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio