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I ‘finti’ romani furono fatali a Canne

La straordinaria vittoria cartaginese a danno di Roma in quel di Canne fa ancora discutere. Le certezze intorno al genio tattico di Annibale e al rovinoso dissidio fra i comandanti romani non sembrano sufficienti a convincere gli studiosi. Nel suo ‘La battaglia di Canne’ (Editrice Goriziana 2008) Gregory Daly insinua con prudenza che a concorrere al clamoroso risultato di Canne sia stato l’equipaggiamento di alcuni degli alleati di Annibale. E’ noto che gli indigeni soggetti a Cartagine, cui fanno riferimento rispettivamente Polibio e Livio come ‘Libici’ e ‘Africani’, formavano il grosso dell’esercito cartaginese. Questo perché a un certo punto del VI secolo Cartagine aveva smesso di contare soltanto sulla leva cittadina e aveva cominciato a impiegare mercenari e truppe alleate. In generale sembra che l’espressione ‘Libici’ venisse impiegata per indicare gli abitanti di pelle più chiara dell’Africa settentrionale per distinguerli dagli ‘etiopi’ del sud di pelle più scura. Se i primi Libici a servire nell’esercito cartaginese dovevano essere mercenari, sembra probabile che, dopo essere stati sottomessi, i Libici fossero obbligati a fornire soldati a Cartagine. A Canne, dunque, Annibale schierò reclute libiche. Famosi per agilità e capacità di resistenza, i Libici per tradizione si battevano come truppe leggere ; ciò significa che erano armati di giavellotti, usati assieme a un pugnale e un piccolo scudo rotondo. Ma a Canne, pur schierati come fanteria di linea, i Libici si presentarono con altro, migliore e ‘fuorviante’ equipaggiamento. Secondo Polibio e Livio questi Libici a Canne, essendo armati con equipaggiamento romano, preda bellica dopo le battaglie della Trebbia e del Lago Trasimeno, potevano venire facilmente scambiati per romani. In effetti, camuffati con schinieri ed elmi di foggia romana e coperti dall’ampio ‘scutum’, questi Libici dovettero palesarsi per nemici agli occhi dei legionari romani solo a una decina di metri di distanza, ovvero quando l’effetto sorpresa aveva già fatto sentire il suo peso ed era troppo tardi per correre ai ripari. Livio, poi, parla anche di cinquecento Numidi che, fingendo di disertare per passare al nemico, ebbero agio di equipaggiarsi di spade, scudi e lance romane. Mettendo assieme le cose si può concludere che a Canne un po’ il caso e un po’ l’astuzia consentirono a Cartagine di rimediare in partenza all’ampio squilibrio di forze. Il resto lo fecero una migliore strategia e circostanze ambientali sfavorevoli a Roma. Una di queste fu certamente il vento. Il polverone sollevato dal vento, che non era a favore dei romani, non solo limitò la visibilità, sostiene Hanson, ma avrebbe anche irritato gli occhi di molti soldati costringendoli addirittura a deporre le armi per sfregarseli. E, aggiunge Hanson, la stessa “densità” delle forze romane peggiorava la situazione in quanto le migliaia di elmi piumati e di scudi sollevati riducevano ulteriormente la visibilità.

Italo Interesse

 

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