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“L’anno della promozione dalla B alla A e la cavalcata trionfale in Coppa Italia sono tuttora ricordi indelebili”

Ben cinquantadue anni nel mondo del calcio: prima come calciatore nei campionati professionistici e poi ha intrapreso la carriera da allenatore per trentasei anni, guidando ben 26 squadre, l’uomo dei record potremmo chiamarlo ovvero mister Bruno, detto ‘Masciste’, Bolchi. Tutti se lo ricordano, non solo per il suo triennio a Bari ricco di successi dal 1983 al 1986 (in particolare modo nel biennio fu strepitoso), ma anche perché a soli 21 anni era già capitano di una grande Inter, squadra della città in cui era nato ed era tifosissimo sin da quando suo papà lo portava a vedere i derby. Bruno Bolchi nel 1961 è stato anche il primo calciatore ad apparire sull’album delle figurine Panini. Da calciatore ha vestito la maglia dell’Inter, vincendo uno scudetto e Coppa Italia ed in seguito, ha militato nelle fila di Hellas Verona, Atalanta, Torino e Pro Patria, in quest’ultima ha archiviato la carriera da giocatore diventando anche uno dei primi, nel doppio ruolo di giocatore-allenatore. L’ex tecnico del Bari, soprannominato ‘Maciste’ Bolchi si è raccontato ai nostri microfoni, senza filtri e con voce, a tratta emozionata, in particolare quando ha ricordato persone che non ci sono più, ma che hanno scritto pagine importanti per il Bari.

Da calciatore, oltre ad essere stato la prima figurina dell’album Panini, hai esordito a soli 18 anni nell’Inter ed a 21 eri già diventato il capitano. Quali ricordi conservi di quell’esperienza e dell’aver vestito la maglia della Nazionale italiana?

Per un ragazzo che aveva fatto la trafila nel settore giovanile dell’Inter ma che andava con il suo papà da quando era bimbo a vedere il derby e le altre partite, è stato il massimo giocare nella squadra della propria città, ed esserne diventato anche il capitano non ha prezzo! A 18 anni c’è stato il mio esordio in un Napoli-Inter, esattamente il 18 maggio del 1958. Qualche anno dopo divenni capitano con Herrera tecnico, ed ho vinto con miei compagni, Scudetto e Coppa Italia, segnando anche dieci gol, complessivamente. Nello stesso periodo, i fratelli Panini, crearono l’album delle figurine dei calciatori e mi mi scelsero come prima figurina, in quel periodo vestivo anche la maglia della Nazionale italiana, fu inaspettato ma mi rese felice. Con me all’Inter c’erano anche: un giovanissimo Giacinto Facchetti, Luis Suarez, Mariolino Corso, Sandro Mazzola, Armando Picchi (anche lui diventato capitano dal 1962, ndr) e tanti altri campioni con i quali ho avuto modo di giocare. Sono stato, tuttavia, in altre piazze importanti, come Torino, Bergamo, Verona ed ho chiuso la mia carriera da calciatore laddove ho iniziato quella da allenatore col doppio incarico, ovvero la Pro Patria. Faccio i miei auguri alla Nazionale italiana che ieri ha compiuto 110 anni, sono davvero orgoglioso di averne fatto parte e disputato qualche presenza”.

Raccontaci del primo anno di ‘C’, 1983/1983 a Bari, in cui vinceste il campionato, oltre ad essere stati artefici di una cavalcata pazzesca in Coppa Italia sino ad arrivare in semifinale, cappeggiati da un grande capitano, Toto Lopez, che però nella promozione dalla B alla ‘A’, non venne confermato. Raccontaci

Il primo anno avvenne qualcosa di straordinario, nonostante sulla carta fossimo i favoriti, vincere non è mai semplice! In ogni caso, il 27 maggio del 1984 davanti ai nostri spettatori in un gremito stadio ‘Della Vittoria’, tagliammo il traguardo battendo il Benevento per 3-1, per noi segnarono Messina su rigore ed una doppietta di De Tommasi mentre per i campani, Rocca. Fu un tripudio in ogni parte della città, non solo allo stadio! Ma anche in Coppa Italia facemmo qualcosa di pazzesco, per anni abbiamo mantenuto il record di essere stata l’unica squadra di serie C ad essere arrivata in semifinale di Coppa, poi l’Alessandria qualche anno fa, ha uguagliato il nostro record. Tuttavia, in Coppa Italia, battemmo la Juventus di Platini e Boniek, Cabrini, Scirea; ci imponemmo all’andata per 1-2 con reti di Messina e Toto Lopez ed al ritorno, dopo essere passati prima in vantaggio e poi subito il pareggio di Platini, si portarono in vantaggio, ma al novantunesimo fu fischiato il calcio di rigore in nostro favore: sulla battuta andarono in due, ma il nostro capitano Toto Lopez, prese la palla e da rigorista designato, non consentì a nessun altro di prendersi quella responsabilità. Non ci fu storia, Tacconi fu trafitto con grande freddezza. Battemmo anche la Fiorentina dell’argentino Danel Passarella. Di quel Bari, ricordo oltre al gruppo dei baresi, Giovanni Loseto, De Trizio e tutti gli altri, anche il portiere Paolo Contì e Cavasin, che insieme a Totò erano i più anziani di una squadra giovanissima ma davvero forte. Su Antonio Lopez, c’è poco da aggiungere, è stato un grande regista, e se fosse rimasto avrebbe fatto comodo. Ma la società decise di cederlo, e fu per me una scelta dolorosa perdere un giocatore responsabile e sempre molto coraggioso, fu una perdita importante senza dubbio.

Puoi svelarci qualche scherzo magari fatto dai tuoi giocatori e se vuoi omaggiare di un tuo pensiero qualche tua vecchia conoscenza biancorossa.

C’era grande amalgama, dai ritiri ai pre-partita, si respirava un clima di spensieratezza ed allo stesso tempo di fiducia nei propri mezzi, in un un gruppo cementificato dai baresi e dai più anziani. Ricordo uno scherzo perpetrato da Giorgio De Trizio, dove rubò la mia giacca impermeabile e mi fece l’imitazione e tutti i ‘mattacchioni’ a ridere, quando arrivai, li lì mi incazzai, ma per richiamare all’ordine la squadra. Quando scendevamo in campo era una battaglia ed ognuno dava l’’anima, il gruppo dei baresi quasi faceva da traino al resto, una squadra di condottieri. Vorrei omaggiare e ricordare con piacere il ragioniere e per tutti ‘Commendatore’ Filippo Nitti, l’allora segretario generale della squadra, sempre onnipresente direi imprescindibile e di una grande generosità. Quando arrivai a Bari fu anche per volere di un grande Ds che mi conosceva bene, il compianto Franco Janich, un dirigente di una grande preparazione e competenze tecniche, mai avuto un problema con lui, anzi sono stato molto dispiaciuto della sua recente dipartita. Infine, sono grande amico del medico sociale storico del Bari, dott. Sabino Lerario, e sono stato molto addolorato da un’altra perdita, quella del mio stretto collaboratore ed allenatore in seconda, Biagio Catalano, un’altra persona squisita, venuta a mancare all’affetto della moglie e dei figli. Bari, mi ha lasciato un ricordo indelebile e ci torno molto volentieri”. 

Del secondo anno, sempre nel capoluogo barese, se dovessi scegliere una partita, opteresti per il derby di andata vinto con il Lecce o per Bari-Pescara e la conseguente festa promozione?

Vincere il derby ti lascia sempre un sapore speciale, e quel gol di Bergossi è tra i più belli mai visti, anche ad oggi, è di una rarità, ma eravamo alla terza giornata di campionato, abbiamo vinto poi tante altre battaglie sportive. Vincere un campionato di alto coefficiente come quello fu qualcosa di incredibile. L’ultima partita e la festa promozione fu estenuante, ci furono sette giorni di festa, ero davvero stanco ma felice, pertanto, se dovessi scegliere opterei per la festa promozione che riportò in A”.

C’è anche un precedente curioso nella tua carriera: a Reggio Calabria in soli sei giornate, subentrasti all’esonerato Elio Gustinetti e portasti la squadra calabrese alla promozione. L’anno dopo la Reggina, prese Baronio, il maestro Andrea Pirlo ma tu andasti a Genoa, raccontaci della tua impresa e se conservi rimpianti.

Premetto subito che al presidente Lillo Foto mi legava un rapporto di grande stima, pertanto quando mi arrivò la chiamata per sopperire alla situazione di classifica, loro erano tagliati dalla corsa promozione nonostante avessero disputato un buon campionato, ma a sei giornate dalla fine con un calendario zeppo di scontri diretti, contro Torino, Atalanta, Genoa ed il derby contro il Cosenza e Pescara, era tutt’altro che semplice, ma con un pizzico di sana follia accettai in bianco e senza pretese, per amore della città di Reggio e del rapporto che avevo con il presidente, senza porre alcuna condizioni per l’anno successivo in caso di promozione.  Ero sicuro che avremmo potuto farcela, ma fu una chiamata inaspettata e non ci fu tempo di pensare ai dettagli, se non quello di mettermi al lavoro. Vincemmo il derby con il Cosenza, battemmo il Torino, ma la vittoria in trasferta di Pescara ci spianò la strada verso qualcosa che stava diventando irraggiungibile. L’anno dopo arrivarono grandi giocatori, ma la Reggina aveva già stretto accordo con Franco Colomba. Tuttavia, quella promozione fu sicuramente la più difficile ed avvincente ottenuta. Rammento benissimo che al nostro arrivo dalla trasferta di Pescara rimanemmo bloccati due ore e mezzo in aeroporto, con l’abbraccio dei nostri tifosi che ci gratificò di quella attesa infinita. Fu straordinario, e poi fu memorabile perché rappresentava la prima promozione nella massima serie per la società calabrese, la quale tifoseria è gemellata storica del Bari”.

Hai conquistato anche altre promozioni, ma a Cesena hai scoperto un altro portiere talentuoso, dopo aver lanciato Gigi Imparato a Bari, hai avviato ad una grande carriera il giovane Sebastiano Rossi ed in quell’esperienza romagnola, con te c’era Alberto Cavasin, reduce come te dal triennio barese. Raccontaci.

A Cesena fu costruita una squadra ambiziosa, correva la stagione 1986-1987. Il portiere titolare doveva essere Stefano Dadina, ma già dalle amichevoli, vidi Sebastiano Rossi, giganteggiare e molto sicuro, soprattutto padrone dell’area piccola. La società avvallò la mia scelta di farlo giocare titolare e disputò un grande campionato, parando anche due rigori e subendo pochissime reti. In difesa, mi portai un mio fedelissimo, Alberto Cavasin, un giocatore carismatico e con un ascendente sul resto della squadra. Gigi Imparato? Innanzi tutto, lo ringrazio per le parole che ha avuto su di me, di recente, io ho sempre creduto nei giovani, e con lui stessa storia, arrivò a Bari che doveva essere il secondo di Poerio Mascella, ma fece benissimo con l’Udinese di Zico in Coppa Italia e lo lanciai dalla prima di campionato, in quel campionato di B che alla fine spuntammo come terza, dietro Pisa e Lecce. Sui giovani ho sempre creduto e mi piacerebbe tanto che lo facessero anche gli attuali allenatori”.

Marco Iusco

 

 

 

 

 

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