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Olivo selvatico, oleastro, olivastro…

Quale spettacolo desolante offrono le campagne periferiche del capoluogo : distese di coltivazioni in abbandono ridotte ad abusive discariche a cielo aperto. In questa terra di nessuno, habitat di balordi, incendiari e depredatori delle ultime tracce della civiltà contadina, non è difficile scorgere enormi, fitti cespugli. Che roba è? Avvicinandosi si scopre che le figlie di queste misteriose espressioni vegetali ricordano moltissimo quelle dell’olivo… E di difatti di olivi si tratta, seppure degenerati. L’olivo è fatto così, pianta generosissima ma piuttosto esigente in fatto di cure. Se si trascura di potarlo, centinaia di polloni spuntano all’altezza delle radici emergenti e si sviluppano circolarmente avvolgendo l’albero in un abbraccio soffocante che nega luce ed aria. Così, l’olivo smette di produrre e involve in cespugli anonimi. Erroneamente, molti scambiano questi fenomeni di involuzione botanica per olivastri. L’olivo selvatico, ovvero tutt’altra cosa che l’ulivo inselvatichito, è pianta spontanea, tipica di boscaglie e macchie, alta fino a cinque-sei metri con rami spinosi e frutti piccoli, tra il violaceo e il rossastro. Si ritiene che da queste drupe dal gusto assai aspro già l’uomo della pietra ricavasse il primo olio (un olio dal profumo di mallo di mandorla acerba e di foglia di pomodoro, dal gusto marcatamente amarognolo e piccante, talvolta impiegato per dare più sapore a certi olii ‘morbidi’ da frantoio ; la qualità migliorò quando l’uomo, per selezione pilotata, dall’olivastro arrivò a ricavare il moderno e ben noto cultivar dell’olivo). L’oleastro o anche olivastro si distingue per il portamento assurgente e per la superiore resistenza ai parassiti e alle temperature invernali. A proposito dell’olivastro esiste una leggenda ambientata nella nostra terra e che Ovidio riporta nel suo ‘Metamorfosi’ : Nel Libro XIV si legge di Venulo che, suddito e araldo dei re Catillo e Cora, alleati di Turno nella guerra contro Enea,  viene mandato come ambasciatore presso Diomede, l’eroe acheo appena stabilitosi in Puglia, reduce dalla guerra di Troia (la missione del giovane è convincere Diomede a schierarsi contro Enea). Sulla via del ritorno Venulo si trova ad attraversare i territori dei Messapi. Nell’attraversarli scorge “una grotta adombrata da fitti boschi e trasudante umidità… anticamente abitata dalle ninfe. Un pastore, Apulo, le aveva spaventate e grazie alla paura che era riuscito a incutere loro in un primo momento le aveva fatte fuggire dalla zona. Poi però quando le ninfe si ripresero e l’inseguitore non fece più loro soggezione alcuna, si misero a intrecciare danze muovendo i piedi a ritmo. Il pastore le derise e, imitandone rozzamente il ballo, rovesciò su di loro parolacce e insulti da bifolco e non la smise prima di essere tramutato in un albero che gli tappò la bocca. Ora è dunque un albero, un oleastro, e il suo carattere si può riconoscere dal sapore dei frutti : che sono amari, perché conservano l’impronta della sua linguaccia ; l’asprezza delle sue parole è passata alle bacche”.

Italo Interesse

 

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