Cronaca

Ed Emiliano restò a bocca asciutta….

Il neo presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi (Pd), al sindaco di Bari uscente, Michele Emiliano (Pd), non lo ha proprio voluto nel suo governo. Infatti, il Primo cittadino barese, pur essendo del suo partito e suo grande sostenitore nella recente scalata alla segreteria nazionale del Pd, non ha avuto un posto nel governo Renzi neppure da sottosegretario. Insomma, in meno di una settimana il sogno di Emiliano di passare dalla poltrona più alta di Palazzo di Città ad una in uno dei Palazzi romani del governo si è completamente. Ed a nulla è servito il collaudato “gioco” del sindaco di Bari di far trapelare come attendibile, attraverso noti canali d’informazione gestiti dagli “Amici degli amici”, la notizia che nei giorni antecedenti la formazione del governo Renzi dava quasi per scontato la nomina del sindaco di Bari a ministro delle Infrastrutture, prima, ed a sottosegretario dopo l’esclusione dalla nomina ministeriale in un dicastero. Invece, il giovane Capo del Governo italiano evidentemente non si è lasciato suggestionare né dalle sirene dell’informazione che profetizzavano la presenza del sindaco barese nell’esecutivo, né tantomeno dal corteggiamento che verosimilmente nei giorni scorsi lo stesso Emiliano avrà fatto al Primo ministro per ottenere un “posto al sole” a Roma. E di motivi (politici, ovviamente!) per aver negato ad Emiliano un ruolo di governo, Renzi evidentemente ne ha più di uno. Primo fra tutti quello di non voler dare l’impressione che nel Pd il sindaco di Bari sia una sorta “asso piglia tutto” al quale riservare sempre un posto in prima fila, come se fosse l’unica personalità politica di spicco che il Pd può vantare in Puglia. Infatti, appena due settimane fa Emiliano si è accaparrato nuovamente la segreteria regionale del partito, probabilmente contro il volere e le aspettative di Renzi stesso, che in quel ruolo avrebbe sicuramente preferito un volto nuovo del suo vasto schieramento pugliese. Un nome preferibilmente ‘renziano’ della prima ora, come sarebbe stato, ad esempio, il tranese Fabrizio Ferrante, piuttosto che un aggregato dell’ultima, qual è Emiliano per l’appunto, che si è riproposto alla guida del partito come colui che nell’area di maggioranza interna era quello più gradito alle altre anime ‘non renziane’ del Pd, perché evidentemente è ritenuto il più camaleontico dei ‘renziani’ pugliesi. Per cui ipotizzare che, dopo l’auto-accaparramento della segreteria regionale del Pd, Renzi concedesse ad Emiliano anche un posto nel governo è stato un mero esercizio di fantapolitica. Al sindaco di Bari il neo-premier, però, lo ha rassicurato con la promessa di candidatura da capolista del Pd nella circoscrizione meridionale alle imminenti elezioni europee. Posto che in realtà spetterebbe ad una figura politica rappresentativa del partito a livello nazionale, come lo è stato Massimo D’Alema alle europee del 2004, o Paolo De Castro a quelle del 2009. Renzi, invece, tenterà di mettere Emiliano in pool position alle prossime europee, in modo da sperare di farlo eleggere al Parlamento di Strasburgo e così, anziché rottamarlo, lo manderebbe in quello che, ai tempi della Prima Repubblica, era politicamente considerato come il ‘cimitero degli elefanti’. Tra i pugliesi nominati da Renzi sottosegretari figurano invece il deputato foggiano Ivan Scalfarotto (Pd), ‘renziano’ di prima ora,  alle Riforme e rapporti con il Parlamento; la senatrice barese Angela D’Onghia (Scelta Civica) all’Istruzione; la brindisina Teresa Bellanova (Pd), area Cuperlo che in Puglia significa D’Alema, e il barese Massimo Cassano (Ncd) al Lavoro. Quest’ultimo è divenuto sottosegretario in quota agli “alfaniani”, che sono riusciti a portarlo al governo da senatore neofita, perché eletto a Palazzo Madama  nelle fila del Pdl lo scorso anno per la prima volta. Il neo senatore Cassano è riuscito, quindi, ad ottenere con Angelino Alfano ciò che ai tempi del governo Andreotti, alla fine degli anni Ottanta, non riuscì al suocero, Giuseppe Degennaro, che, nonostante avesse alle spalle già dieci anni da deputato nella Dc e pur essendo passato dalla corrente di Lattanzio a quella dello stesso Andreotti, non ottenne mai l’ambito posto da sottosegretario. Misteri della politica o, meglio ancora, miracoli della Seconda Repubblica.        

 

Giuseppe Palella


Pubblicato il 1 Marzo 2014

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